Anche Io: l’inchiesta che ha rotto il silenzio

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L’ultimo film di Maria Schrader (regista di Liebesleben e della serie Unorthodox), Anche Io, è stato distribuito in Italia a partire dal 19 gennaio 2023, dopo la prima proiezione al Torino Film Festival.

Durante i 129 minuti della proiezione, vengono raccontate le vicissitudini attraversate dalle due reporter investigative del New York Times, Megan Twohey (Carey Mulligan) e Jodi Kantor (Zoe Kazan), che hanno aiutato a rompere il silenzio attorno a casi fin troppo diffusi di molestie nell’industria cinematografica hollywoodiana.

Il racconto si concentra sulla costruzione del primo articolo che le due giornaliste hanno pubblicato il 5 ottobre 2017, più che sugli effetti che questo ha avuto: la condanna di Harvey Weinstein, la nascita del movimento #MeToo e numerose altre investigazioni giornalistiche e non sul tema.

La prima scena ci lancia senza preamboli nel 1992, dove una giovane Laura Madden (interpretata nelle scene ambientate nel ‘92 da Lola Petticrew e nel 2016 da Jennifer Ehle) inizia a collaborare con la crew di produzione di un film ma poco dopo, senza spiegazione, scappa di corsa, piangendo.

Da qui inizia il primo atto del film, il cui intreccio ci riporta al 2016. Durante i primi 30 minuti circa, le due giornaliste co-protagoniste non interagiscono molto: Megan, che ha da poco fatto nascere sia un bambino sia uno scandalo (la Twohey ha dato voce alle donne che hanno subito molestie da parte di Donald Trump), torna al lavoro e inizia a collaborare con Jodi nello sviluppo dell’inchiesta.

Nell’arco del secondo atto le due fanno ricerca, intervistando diverse ragazze e collaboratori di Harvey Weinstein (Mike Houston).

È importante notare come alcune delle stesse attrici che hanno denunciato le molestie (Judith Godrèche, Lauren O’Connor e Gwyneth Paltrow) abbiano preso parte alla produzione del film in prima persona, interpretando loro stesse nella pellicola.

Megan e Jodi scoprono subito che quasi tutte le ragazze vittime delle sollecitazioni di Harvey hanno firmato degli accordi che impediscono loro di denunciare l’accaduto. Soltanto tre potrebbero, ma sono terrorizzate dall’idea di parlarne pubblicamente.

È in questo atto che la scena più toccante del film prende forma: l’audio originale di uno degli episodi è montato su immagini di corridoi di alberghi vuoti, che danno una sensazione di desolazione che gela il sangue nelle vene.

La rappresentazione dell’impotenza che le donne provavano in quei momenti fa rabbrividire, soprattutto unita alla consapevolezza che lo strapotere di Weinstein non era soltanto psicologico: era un uomo talmente potente da non farsi problemi a minacciare di denunciare società enormi come il New York Times.

È proprio questo che succede nel terzo e ultimo atto: Harvey Weinstein affronta direttamente la redazione del giornale newyorkese, nel tentativo di boicottare la pubblicazione dell’articolo. Contemporaneamente, però, le tre donne che non erano obbligate a restare in silenzio, decidono di parlare.

La regia è molto semplice. Questa scelta è solitamente prediletta nei film giornalistici (per esempio Il caso Spotlight e La grande scommessa), nei quali si cerca di dare più importanza agli accadimenti che all’abilità del regista.

Una delle più grandi pecche del film, però, è la poca abilità nel raccontare in modo chiaro gli accadimenti. Questo, in un film dal tono giornalistico che tratta un argomento simile, è un errore quasi ingiustificabile. Ci sono diverse occasioni in cui, anche conoscendo già gli accadimenti dell’inchiesta, il film risulta disconnesso e troppo complesso. In alcune scene vengono date per scontate conoscenze che, anche se non influenti rispetto alla trama, sono sottolineate da intere sequenze.

Anche Io tratta un argomento importantissimo e vuole trasmettere un messaggio che dovrebbe essere recepito da più persone possibili, ma non è riuscito a catturare la drammaticità della notizia e del momento in cui è accaduto.

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