Il Q*uinto passo di OpenAI

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Alla luce del licenziamento di Sam Altman, quali sono le incertezze nascoste dal mondo di Project Q*?

Negli ultimi giorni sono state fatte innumerevoli speculazioni riguardanti il repentino licenziamento e il successivo reintegro di Sam Altman, nuovamente CEO di OpenAI. La vera domanda che alimenta queste speculazioni è: perché Altman è stato licenziato dal consiglio d’amministrazione in primo luogo? La domanda è avvincente perché lascia spazio all’immaginazione, poichè abbiamo soltanto una piccola parte della risposta. In più, la risposta sembra una scritta da un autore televisivo: esiste un misterioso progetto di OpenAI, il cui nome in codice è “Q*” (pronunciato Q-Star) di cui non sappiamo quasi niente, ma si specula riguardi la computazione quantistica e l’AGI.

Non spaventatevi, spiegheremo tutti questi termini, ma è importante ricordarci che l’esistenza di Q* è nota grazie ad alcuni report trapelati attraverso la redazione di Reuters, sottoforma di informazioni passate da individui parte di OpenAI. Dall’intervista che Sam Altman ha tenuto con The Verge capiamo che c’è molto poco di veramente comprensibile, ufficiale e spiegato chiaramente al pubblico.

Partiamo dall’inizio.

Sembra che Q* sia un modello linguistico in grado di risolvere operazioni matematiche di base. Insomma un gran computer per fare calcoli elementari, sembrerebbe abbastanza innocuo. Eppure l’esistenza di Q* ha presumibilmente spinto diversi ricercatori interni a scrivere una lettera per lanciare un allarme sul progetto, sostenendo che potesse questo potrebbe “minacciare l’umanità”. D’altro canto è credibile che tutti i concorrenti di OpenAI stiano lavorando su sistemi simili, l’esistenza del progetto non dovrebbe scioccare nessuno: OpenAI ha apertamente assunto persone per raggiungere uno dei suoi obiettivi a lungo termine, la creazione di un sistema AGI.

Ma che cos’è questo acronimo, AGI, che continuiamo a nominare? Convenzionalmente l’Artificial General Intelligence (tradotto Intelligenza Artificiale Generale) è la capacità di un programma di imparare come se fosse un essere umano, una che eventualmente sarebbe in grado di passare senza difficoltà versioni moderne del test di Turing, come il Winograd Schema Challenge.

Il vero paradosso di questa situazione è che lo stesso fervore che ha rapidamente guidato il progresso e la ricerca si è trasformato in timore, provocando una paura atavica quando ci siamo trovati di fronte a quello che potrebbe essere il primo passo verso la nascita di un’AGI, senza un’adeguata regolamentazione dell’ambito. Un timore eccessivo? Sì e no.

Da un lato Q* è ancora agli inizi del suo sviluppo, ha enormi margini di crescita e il potenziale di rivoluzionare le nostre vite. Alcuni sostengono addirittura che sarà una scoperta rivoluzionaria quanto il fuoco. Altri, però, leggendo queste notizie sentono nascere in loro un timore esistenziale e incitano a un approccio ponderato per affrontare questa nuovissima frontiera tecnologica, facendo risaltare le complesse riflessioni di carattere etico che possono essere fatte rispetto all’IA di qualsiasi tipo. D’altra parte, l’idea diffusa secondo la quale basta rendere i Large Language Model (LLM), usati da ChatGPT e Bard, “più intelligenti” per raggiungere l’AGI ignora le limitazioni fisiche implicite alle possibilità attuali. Una parte della comunità scientifica crede addirittura che sia impossibile creare un’AGI, accusando chi ne parla con toni allarmistici di star distraendo il pubblico dai problemi intrinsechi che caratterizzano le IA con cui interagiamo sempre più spesso. Per arrivare a un’AGI probabilmente dovremmo distruggere tutto ciò che stiamo facendo e ripartire da zero, usando chip potentissimi, oggi molto rari. Sarà questo il motivo per cui OpenAI ha investito 51 milioni di dollari in chip di RainAI?

Nessuno lo sa. Come nessuno veramente sa che cosa si cela dietro quel nome, Q*.

Quello che tutti dobbiamo sapere è quale idea sposiamo rispetto all’evoluzione delle IA, le quali negli anni a venire di certo agevoleranno immensamente la nostra vita in ogni ambito. Dobbiamo però decidere dove tracciare una linea, definendo in quali ambiti un’intelligenza artificiale può influenzare la nostra vita e in quali è bene evitare di farla entrare.

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