L’IA entra in cucina: volete assaggiare il sapore del futuro?

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La Coca-Cola ideata dall’IA ci impone una riflessione sul cibo e le bevande del futuro. 

Lo scorso anno Coca-Cola ha lanciato Creations, un progetto che cercando di intercettare un pubblico più giovane proponeva dei gusti di bevande non esattamente convenzionali. Per esempio, il primo gusto, uno tra i più noti, si chiama “Coca-Cola Starlight”, una bevanda dal gusto “ispirato dallo spazio” ha aperto la strada ad altri gusti, tutti ispirati a concetti più che sapori.

L’ultimo si chiama Coca‑Cola Y3000, ed è la prima bevanda prodotta sia con intelligenza umana che artificiale, partendo da “trend e preferenze chiave” che raccolgono quello che i consumatori immaginano sia il sapore del futuro. Tuttavia, considerando che le bevande “Creations” sono state distribuite solo in specifiche aree, al momento l’iniziativa di Coca-Cola rappresenta più un’indagine di mercato che altro. L’idea di una bevanda prodotta utilizzando l’IA ha inquietato alcune persone, portando naturalmente a spingersi oltre chiedendosi: anche l’intelligenza artificiale può cucinare?

Senza andare subito a contraddire il motto di Auguste Gusteau, lo chef di Ratatouille che ripete sempre “Chiunque può cucinare”, c’è da dire che l’IA sta cambiando l’apparato organizzativo di tantissimi settori, compreso quello culinario, ma è ben diverso organizzare spedizioni, magazzini e inventari dal saper cucinare.

In un articolo di Analytics Vidhya viene spiegato come diversi algoritmi predittivi riescono ad assemblare e scrivere chiaramente delle ricette, partendo da determinati set di ingredienti, con paletti come “piatti vegetariani” o “non piccanti” e basandosi su dati (forniti da esseri umani) che definiscono quali gusti stanno meglio insieme. Di questo passo, sembra che le IA saranno in grado di pensare a quali ricette creare relativamente in fretta, ma il cibo del futuro saranno normali ricette, semplicemente generate da algoritmi?

È possibile, ma come al solito l’intuito umano, guidato dalla nostra curiosità, corre veloce. Pensando alla stragrande maggioranza delle ricette, queste sono composte da ingredienti. Alcuni chef di altissimo livello, tuttavia, hanno iniziato a prendere ispirazione dagli scarti. Nessuno userebbe un frutto ammuffito in una ricetta, probabilmente un’IA non potrebbe neanche immaginarsi di farlo visti i limiti imposti su date di scadenza ed elementi tossici. Due nomi che hanno deciso di sfruttare gli scarti ad altissimo livello sono Terry Giacomello, il cui ristorante Nin ha appena ricevuto una Stella Michelin, che innesta muffa commestibile su uno dei suoi piatti più iconici, il “limone dimenticato”, e Floriano Pellegrino, lo chef leccese di Bros’ (anche questo, ristorante da una Stella Michelin) che con il suo studio del rancido sta aiutando a scoprire nuove strade da esplorare con la cucina di tutto il mondo.

Questi sono solo due tra i molti nomi di abili esponenti della gastronomia molecolare, figure al limite tra cuochi e scienziati che studiano reazioni chimiche e trasformazioni fisiche degli ingredienti che trattano, sfruttando molecole, proteine ed enzimi per arrivare a combinazioni di sapori mai pensate.

In questi casi, l’unico modo per far creare ricette a un’intelligenza artificiale sarebbe quello di connetterla a una lingua elettronica (sembra fantascienza, ma esistono davvero!), scomporre tutti i cibi nelle loro molecole essenziali e creare un computer con il vizio della degustazione. Le frontiere dei nostri sensi, e i pregiudizi gastronomici così radicati in paesi da una forte tradizione come il nostro, si potranno davvero aprire grazie alle IA? 

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