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Storia della serie che ha fatto perdere 55 milioni di dollari e la fiducia dei suoi abbonati a Netflix

Lettura da 8 minuti

“Conquest” è la serie che ha fatto perdere 55 milioni a Netflix, ma anche emblema dell’auto sabotaggio messo in atto dal colosso dello streaming americano. 

Carl Erik Rinsch inizia a lavorare su un progetto intitolato White Horse – riferimento al primo dei quattro cavalieri dell’apocalisse – durante le riprese del film 47 Ronin, un flop che nemmeno il nome di Keanu Reeves riuscirà a salvare dal giudizio negativo di pubblico e critica. L’idea di Rinsch è una serie TV sci-fi su un genio che inventa una specie umanoide chiamata Organic Intelligent (O. I.), esseri che vengono usati nel mondo a scopi di aiuto umanitario ma che, col tempo, scoprono la loro vera natura e finiscono per rivoltarsi contro gli umani. 

Carl Erik Rinsch è stato, per un periodo, un nome promettente dell’industria. 

Dopo l’università inizia a lavorare nella casa di produzione di Ridley Scott. La sua area di specializzazione sembra essere inizialmente quella dei cortometraggi e della pubblicità. Nel 2010 il giovane regista vince parecchi premi al Festival internazionale della creatività Leoni di Cannes. Si inizia persino a parlare del suo debutto alla regia di un lungometraggio con un prequel di Alien, progetto che verrà poi scartato quando Universal Studios decide di affidargli la regia di un film big-budget, 47 Ronin. Questa prima esperienza finisce per rivelarsi un insuccesso su più punti di vista. 

Durante le riprese del film nasce l’idea di White Horse dalle menti di Rinsch e sua moglie, la modella e stilista Gabriela Rosés Bentancor. Non bastava altro che avere del materiale da presentare come pitch alle grandi case di produzione. 

Rinsch riesce a portare a termine la produzione di sei episodi brevi, ma solo dopo aver costretto la crew – composta principalmente da attori europei per evitare le regolamentazioni imposte dalle guild americane – a condizioni di lavoro disumane, ed essersi indebitato di parecchi milioni. In ogni caso, l’idea sembra avere successo e attira l’attenzione di Amazon, HBO, Hulu, Netflix, Apple e YouTube in un periodo dove le case di produzione sono alla ricerca disperata di serie per attirare quanti più abbonati possibile. Amazon si mostra disposta a spendere 250 milioni di dollari per la serie ma sarà Netflix ad aggiudicarsi il progetto. Lo scopo è quello di creare una serie sci-fi che potesse raggiungere, se non superare, il successo di Stranger Things. White Horse diventa Conquest e Netflix si mostra più che disposta a pagare 61.2 milioni di dollari e a dare completa libertà autoriale a Rinsch. 

Tutto va per il meglio, se non fosse per il fatto che Conquest ha ancora lo script incompleto e che il suo autore è indebitato fino al collo. Presto, la produzione cadrà in un limbo fatto di milioni andati perduti, un regista dal comportamento erratico e battaglie legali che devono, ancora, vedere una fine. 

Arriviamo così al lungo articolo del New York Times che porta a galla la verità dietro i milioni investiti su una serie che non arriverà mai sui nostri schermi. Ciò che fa riflettere non è tanto l’insuccesso di Conquest, ma le risposte che la notizia ha ricevuto da parte di creativi e fan che, ultimamente, assistono alle continue cancellazioni apparentemente immotivate delle serie da parte di Netflix. 

Se da un lato c’è chi si congratula ironicamente con il regista, lasciando trasparire una certa antipatia per lo streamer che sembra sempre di più un “cimitero” di serie incomplete, dall’altro ci sono artisti, registi e showrunner che si chiedono: perché Netflix aveva più di 50 milioni da spendere sull’idea di un regista sconosciuto e dal track-record tutto fuorché immacolato, e non su serie già iniziate o su idee e persone promettenti?

Cancellazioni come quella di 1899, dai creatori dell’hit Dark, Tuca & Bertie (solo uno dei tantissimi esempi di serie animate per adulti interrotte) o Shadow and Bones, solo per citarne alcune, non fanno che solidificare la delusione degli abbonati a Netflix. Sia le critiche mosse dagli utenti che quelle dei creativi ci conducono al lento ma consistente declino al quale il servizio di streaming sta andando incontro, sia in termini di profitto che di qualità di contenuti. 

Se dovessimo puntare il dito contro un colpevole (anche se non è il solo), potremmo indicare il famoso completion rate, ovvero la percentuale del pubblico che arriva fino alla fine di una stagione, un dato che condanna le serie che riescono ad accompagnare meno del 50% degli spettatori fino alla conclusione. 

L’intrattenimento è, in fin dei conti, un business: ciò non basta, tuttavia, a giustificare l’abbandono di serie che non hanno avuto il tempo di evolversi, svilupparsi e far appassionare altri spettatori. Il sistema del binge-watching è sia l’origine che la causa di questa contraddizione. Un sistema che, un tempo, dava agli spettatori la possibilità di appassionarsi ad una storia con un pilot – quindi un singolo episodio della durata massima di un’ora – adesso offre un’intera stagione dai ritmi spesso e volentieri dilatati che porta sulle spalle il destino della serie. 

Ted Sarandos, uno dei due CEO di Netflix spiega bene al meglio le priorità della compagnia, ma anche le contraddizioni che stanno alla base della scontentezza del pubblico: 

Non abbiamo mai cancellato una serie di successo. […] La chiave è l’abilità di parlare a un pubblico piccolo servendoti di un budget piccolo e ad un grande pubblico con un grande budget.

La creazione di serie sembra, quindi, rispondere ad un algoritmo ancora da perfezionare. Scompare così ogni parvenza di passione dietro ai progetti creativi prodotti dalla piattaforma. Se una serie ha successo, sarà inevitabilmente spremuta fino alla fine, anche con risultati di dubbio gusto (Squid Game ne è esempio); se non ha successo, verrà scartata senza pensarci due volte: se si è indecisi tra l’iniziare o no una serie, è meglio lasciar perdere. E gli abbonati –  stanchi anche dei cambiamenti dei piani tariffari e di altre restrizioni imposte dalla piattaforma – lo sentono. 

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